marzo 30 2007
00:46
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non è bello quando sei tu a decidere il giorno in cui i migliori se ne debbano andare (anche se trattasi di gatto)
domani a quest'ora sarà da qualche altra parte. nel paradiso dei mici, nel vento, sottoterra, non lo so. non lo so se anche lui si reincarnerà, se in una di quelle galline che gli facevano paura o in uno di quei passerotti che guardava per ore seduto sul davanzale... chissà perchè mi vengono in mente tutti volatili.
i miei han sempre detto che credevano fosse la reincarnazione del prete che li aveva sposati, ma a me non m'ha mai convinto la cosa.
certo è che per non so quanto tempo mi sembrerà di sentirlo saltare sul mio letto nel cuore della notte, di sentirlo miagolare da dentro l'armadio dove si era nascosto per impelarmi ben bene un maglione rigorosamente nero, penserò di beccarlo acciambellato sul divano proibito, mi aspetterò di vederlo spuntare nel corridoio quando torno tardi, socchiudere quegli occhi grandi e verdi davanti alla luce improvvisa e poi seguirmi in cucina per lo spuntino notturno.
non sono mai stata una bambina dalle grandi richieste. non ho mai chiesto giocattoli nè vestiti, forse solo qualche cioccolatino in più. non ho mai chiesto insistentemente di avere un animale. quel giorno d'estate passeggiavo con mia madre per ovindoli alta (non esiste ovindoli alta ma gli dà quel qualcosa di altisonante che ci sta bene), quando un'amica di famiglia ci ha chiamato dal cortile invitandoci ad assistere ad uno "spettacolo". erano in 4, batuffoli pelosi senza ancora un nome.
mia madre si è sciolta subito in un brodo di giuggiole, e io appresso. papà arrivò due giorni dopo ma ci vollero meno di tre secondi per convincerlo a prendere quello dei due maschi che sembrava più pacioso. inizialmente l'avevamo chiamato poldo, in onore della rosticceria sulla piazzetta, ma era troppo bello per lasciargli quel nome un po' sudicio. quell'anno eravamo stati in grecia ed io avevo studiato l'odissea a scuola, e fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, lo ribattezzammo ulisse, perchè gli stava bene e perchè mi sembrava azzurro.
a settembre, bello svezzato ed educato da un'allegra infanzia con mamma e fratelli, arrivò a casa nostra. non ha mai fatto un bisognino in angoli strani e ha distrutto solo una sedia, anche se proprio l'unica di antiquariato in tutta casa. ma a un gatto così gli abbiam sempre perdonato tutto, perchè sapeva come farsi perdonare, e anche perchè non è che ci fosse altra scelta.
con lui ho superato la mia paura del buio (anche se solo quello di casa mia), perchè gli attribuivo ogni rumore sospetto, fosse stato anche il fracasso di una scarpiera che cade, dicevo bah, sarà ulisse, e riuscivo a dormire. a lui ho raccontato tutti i miei segreti, certa che non mi avrebbe giudicato e che tantomeno li avrebbe spifferati. lui è stato il mio regalo di natale e di compleanno per diciassette anni, e sempre con convinzione ho detto grazie, è proprio quello che desideravo. per lui ho comprato migliaia di pappe, decine di topini finti, due trasportini.
per me centinaia di spazzole appiccicose.
amo di lui il suono delle sue instancabili fusa e il suo calore, il suo sguardo intenso e curioso, il suo non odore che è profumo per me. il suo attaccamento esclusivo, quel suo indipendente dipendere da noi, il verso che faceva quando cominciava a correre, scivolando i primi passi con le unghie sul marmo.
è un po' di tempo che non corre più. saltare non ha mai saltato molto, però è sempre stato l'orgoglio della famiglia per quel fisico atletico e quel portamento regale. che sia bello non l'ha mai potuto negare nessuno, neanche i più accaniti antagonisti del genere gatto, ma il suo carattere lo teneva ben nascosto agli estranei. sempre sulle sue, a volte anche un po' stronzetto, non ha mai amato mani che non fossero le nostre. e per me che son gelosa ha funzionato sempre più che bene.
sono triste. è inutile cercare giri di parole. sono delusa perchè gli avevo detto dall'inizio che doveva essere eterno e invece niente, non ha perso i denti, non si è sbiadito il verde degli occhi, non ha perso il pelo e tantomeno poteva imbiancarsi di più, ma è invecchiato lo stesso, fino a diventare un esserino piccolo piccolo e perlopiù fermo. prima di partire ho provato ancora una volta a farlo mangiare dalle mie dita, facendogli quelle vocine tipiche degli innamorati o forse dei pazzi, che io e mia madre più di una volta abbiamo pensato di costituirci al cim, ma niente.
è nauseato e disgustato, il che sarebbe anche comprensibile se ci capisse qualcosa del mondo, ma lui al massimo ha sentito qualche strillo ogni tanto, roba di ordinaria amministrazione familiare, e per il resto solo coccole e pappe e mattine al sole sul balcone a fare le rivoltine. e mi piace pensare, forse egoisticamente, che non abbia mai desiderato niente di più.
domani torno a casa, e con la famiglia riunita lo accompagneremo per il suo ultimo pisolino. piangeremo tutti insieme dicendoci che è meglio così, che è malato e che l'accanimento terapeutico non ci piace sugli umani figuriamoci sul nostro gatto. cercheremo di consolarci con le solite cose, e poi papà tornerà dai suoi micetti ancora piccoli, io uscirò, e mamma se ne andrà a casa e probabilmente si sentirà un po' più sola.
io piangerò ancora in macchina ma poi mi riprenderò perchè cazzo, ci sono cose ben più gravi per cui soffrire. la serata passerà come se avessi già dimenticato, a notte fonda rientrerò in punta di piedi, laverò i denti e mi infilerò sotto al piumone. ma al primo rumore sospetto penserò a lui, e anche se sono grande, avrò di nuovo un po' paura.
i miei han sempre detto che credevano fosse la reincarnazione del prete che li aveva sposati, ma a me non m'ha mai convinto la cosa.
certo è che per non so quanto tempo mi sembrerà di sentirlo saltare sul mio letto nel cuore della notte, di sentirlo miagolare da dentro l'armadio dove si era nascosto per impelarmi ben bene un maglione rigorosamente nero, penserò di beccarlo acciambellato sul divano proibito, mi aspetterò di vederlo spuntare nel corridoio quando torno tardi, socchiudere quegli occhi grandi e verdi davanti alla luce improvvisa e poi seguirmi in cucina per lo spuntino notturno.
non sono mai stata una bambina dalle grandi richieste. non ho mai chiesto giocattoli nè vestiti, forse solo qualche cioccolatino in più. non ho mai chiesto insistentemente di avere un animale. quel giorno d'estate passeggiavo con mia madre per ovindoli alta (non esiste ovindoli alta ma gli dà quel qualcosa di altisonante che ci sta bene), quando un'amica di famiglia ci ha chiamato dal cortile invitandoci ad assistere ad uno "spettacolo". erano in 4, batuffoli pelosi senza ancora un nome.
mia madre si è sciolta subito in un brodo di giuggiole, e io appresso. papà arrivò due giorni dopo ma ci vollero meno di tre secondi per convincerlo a prendere quello dei due maschi che sembrava più pacioso. inizialmente l'avevamo chiamato poldo, in onore della rosticceria sulla piazzetta, ma era troppo bello per lasciargli quel nome un po' sudicio. quell'anno eravamo stati in grecia ed io avevo studiato l'odissea a scuola, e fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, lo ribattezzammo ulisse, perchè gli stava bene e perchè mi sembrava azzurro.
a settembre, bello svezzato ed educato da un'allegra infanzia con mamma e fratelli, arrivò a casa nostra. non ha mai fatto un bisognino in angoli strani e ha distrutto solo una sedia, anche se proprio l'unica di antiquariato in tutta casa. ma a un gatto così gli abbiam sempre perdonato tutto, perchè sapeva come farsi perdonare, e anche perchè non è che ci fosse altra scelta.
con lui ho superato la mia paura del buio (anche se solo quello di casa mia), perchè gli attribuivo ogni rumore sospetto, fosse stato anche il fracasso di una scarpiera che cade, dicevo bah, sarà ulisse, e riuscivo a dormire. a lui ho raccontato tutti i miei segreti, certa che non mi avrebbe giudicato e che tantomeno li avrebbe spifferati. lui è stato il mio regalo di natale e di compleanno per diciassette anni, e sempre con convinzione ho detto grazie, è proprio quello che desideravo. per lui ho comprato migliaia di pappe, decine di topini finti, due trasportini.
per me centinaia di spazzole appiccicose.
amo di lui il suono delle sue instancabili fusa e il suo calore, il suo sguardo intenso e curioso, il suo non odore che è profumo per me. il suo attaccamento esclusivo, quel suo indipendente dipendere da noi, il verso che faceva quando cominciava a correre, scivolando i primi passi con le unghie sul marmo.
è un po' di tempo che non corre più. saltare non ha mai saltato molto, però è sempre stato l'orgoglio della famiglia per quel fisico atletico e quel portamento regale. che sia bello non l'ha mai potuto negare nessuno, neanche i più accaniti antagonisti del genere gatto, ma il suo carattere lo teneva ben nascosto agli estranei. sempre sulle sue, a volte anche un po' stronzetto, non ha mai amato mani che non fossero le nostre. e per me che son gelosa ha funzionato sempre più che bene.
sono triste. è inutile cercare giri di parole. sono delusa perchè gli avevo detto dall'inizio che doveva essere eterno e invece niente, non ha perso i denti, non si è sbiadito il verde degli occhi, non ha perso il pelo e tantomeno poteva imbiancarsi di più, ma è invecchiato lo stesso, fino a diventare un esserino piccolo piccolo e perlopiù fermo. prima di partire ho provato ancora una volta a farlo mangiare dalle mie dita, facendogli quelle vocine tipiche degli innamorati o forse dei pazzi, che io e mia madre più di una volta abbiamo pensato di costituirci al cim, ma niente.
è nauseato e disgustato, il che sarebbe anche comprensibile se ci capisse qualcosa del mondo, ma lui al massimo ha sentito qualche strillo ogni tanto, roba di ordinaria amministrazione familiare, e per il resto solo coccole e pappe e mattine al sole sul balcone a fare le rivoltine. e mi piace pensare, forse egoisticamente, che non abbia mai desiderato niente di più.
domani torno a casa, e con la famiglia riunita lo accompagneremo per il suo ultimo pisolino. piangeremo tutti insieme dicendoci che è meglio così, che è malato e che l'accanimento terapeutico non ci piace sugli umani figuriamoci sul nostro gatto. cercheremo di consolarci con le solite cose, e poi papà tornerà dai suoi micetti ancora piccoli, io uscirò, e mamma se ne andrà a casa e probabilmente si sentirà un po' più sola.
io piangerò ancora in macchina ma poi mi riprenderò perchè cazzo, ci sono cose ben più gravi per cui soffrire. la serata passerà come se avessi già dimenticato, a notte fonda rientrerò in punta di piedi, laverò i denti e mi infilerò sotto al piumone. ma al primo rumore sospetto penserò a lui, e anche se sono grande, avrò di nuovo un po' paura.






