c'era un tempo in cui tutto mi faceva male. sei ipersensibile, dicevano. sei troppo emotiva, sottolineavano. devi imparare a canalizzare quell'energia in qualcosa di costruttivo, suggerivano. certo. avrei potuto imbottigliare le lacrime e rivenderle ai collezionisti come campioni d'acqua di mari lontani, ottima idea. sarei ricca (e truffatrice) ora, anche se mai quanto lo saranno coloro che ieri, sull'onda di certi discorsi, sono andati a comprarsi due conigli ;)
In quel tempo Gesù diceva qualcosa ai suoi discepoli mentre io, troppo lontana per ascoltarlo, parlavo da sola. mi raccontavo un sacco di cose, tronchi affastellati di una zattera con poche chance di rimanere a galla, ma che speravo mi avrebbe portato su isole abitate da popoli con lingue così incomprensibili al resto del genere umano che forse avrebbero potuto capire la mia.
poi un bel giorno ho cominciato a prendere in considerazione l'ipotesi che comunicare se stessi al resto del mondo fosse impresa meno ardua, ma per farlo ho provato a cambiare. ho smussato gli angoli e addolcito le asperità fino a raggiungere un equilibrio così apparente che oggi mi sento pericolosamente in bilico. sono stanca di mediare. l'estremo controllo non fa per me, fatta eccezione per quello del traffico aereo, si spera.
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